Skip to content

L’arcobaleno spiegato ai ciechi

Ore 14 di una gelida domenica pomeriggio di Gennaio. Abbiamo la showroom mezza piena e sto cercando di capire come distribuire al meglio le pause pranzo dato che CollegaSfattone è in ritardo, bloccato (dice lui) da qualche parte a South East London.

Suona il telefono. Rispondo.

“Buongiorno, la XXX Company, parla Calibano, mi dica.”
“Buongiorno” voce di donna di mezza età, accento distintamente upper class, abbastanza piacevole “avrei una domanda riguardo la vostra linea di accessori da ufficio, puó aiutarmi?”
“Immagino di sì, dica pure”
“Ecco, ho visto sul vostro sito le immagini di una scatola portadocumenti rossa con otto raccoglitori, il cui codice prodotto è X1234, e quella di un’altro articolo della stessa linea, codice prodotto X5678”
“Sì, esatto, abbiamo entrambe in stock”
“Bene, volevo chiederle se sono esattamente della stessa sfumatura di rosso, dato che a giudicare dalle foto sul sito la scatola X5678 mi sembra di una tonalità leggermente più scura…”
[e ti sembra proprio male, fidati…]
“Guardi, penso proprio siano dello stesso colore. Puó essere che in una delle foto sul sito l’illuminazione sia leggermente diversa che nelle altre, ma le garantisco che gli articoli sono dello stesso colore.”
“Benissimo, ma le dispiace controllare? [eeeh?] E tra l’altro, lei come descriverebbe questa sfumatura di rosso? Come un rosso acceso o un rosso cupo?”
“Direi rosso acceso”
“Ok. Un’altra domanda, avete anche lo stesso articolo in arancione, giusto? Codice prodotto Y666?”
“Esatto”
“Ecco, vorrei chiederle se possibile di confrontarle con l a vostra linea di scatole formato A4 nei colori della tavolozza Pantone: se potesse darmi un raffronto tra il rosso dell’articolo X1234 e quello della scatola rossa Pantone, e similmente tra l’arancione dell’articolo Y666 e quello della scatola Pantone gialla…”

Ok, reality check: tu davvero mi stai chiedendo di descriverti per telefono i colori di una serie di articoli di cui hai le foto sotto il naso? Sì, lo stai proprio facendo. Non me lo sto sognando. Non è un flashback a tradimento delle micropunte che mi facevo da piccolo. Ok. Non c’è problema.

“Guardi signora, non voglio tenerla in linea troppo a lungo. Se mi lascia il suo numero, vado a prendere gli articoli e la richiamo fra due minuti”.
“Grazie, allora il mio numero è 123456789.”
“Perfetto, a fra poco”.

Riaggancio. Scuoto la testa. La CollegaBaltica mi lancia un’occhiata interrogativa. Io non dico nulla, mi limito a ridacchiare da solo come un deficiente. Vado in bagno. Piscio. Mi lavo le mani. Torno in showroom. Mi accerto che sia tutto a posto. Esco a fumare una sigaretta. Rientro. Prendo il telefono.

“Pronto, sono Calibano della XXX Company signora, ho sottomano gli articoli, è pronta?”
“Ah salve, grazie per aver richiamato” [eh, ti era venuto il dubbio che fossi andato a buttarmi nel Tamigi, eh?]
“Allora, per quanto riguarda i rossi… la sfumatura della linea Pantone è decisamente più brillante di quella dell’articolo X1234 – il rosso Pantone è un rosso papavero, l’altra un tono più cupo, tipo rosso sangue di bue, ha presente? Forse anche per la finitura opaca – come avrà visto sul sito, dopotutto, la linea Pantone è in latta, l’altra in cartone laminato.”
“Eh, puó essere in effetti.”
“Per quanto riguarda l’altro accostamento, invece, l’articolo Y666 lo definirei di colore arancione tipo buccia di mandarino, se ha presente…”
“Sì…?”
“… mentre la scatola Pantone è decisamente giallo banana, direi giallo banana non completamente matura ma quasi, non so se rendo l’idea.”
“Perfettamente.” [Ma cosa? Cosa, diocane, che se davvero hai la foto davanti lo vedi benissimo che semmai è giallo canarino!?]
“Non mi sembra l’accostamento ideale.”
“No, in effetti direi di no.”
“Ha bisogno d’altro?” [tipo, non so, vuole che faccia tagliare la testa a San Giovanni Battista, me la faccia portare su un piatto d’argento e gliela descriva, già che ci sono?]
“No, per il momento no. Grazie mille per aver richiamato, è stato di grandissimo aiuto, grazie ancora.”
“Ma si figuri, piacere mio!”

Riattacco. E penso a sta povera crista, peraltro gentilissima, che è stata al telefono con me per quasi cinque minuti senza rendersi minimamente conto che le stavo rifilando una supercazzola colossale, e che l’unica frase sincera che ho pronunciato in tutta la conversazione è stata quel “piacere mio” finale – perchè davvero, quando mai mi ricapita un’occasione così?

Mi sento un po’ una merda. Ma mi passa alla svelta.

Advertisements

It’s so cold in here

Vedi, io ti capisco, e apprezzo davvero il tuo interessamento. Con tutti gli stronzi con cui ho a che fare ogni giorno, capirai. Una perfetta sconosciuta che esprime preoccupazione per la mia salute? Da lacrime agli occhi. Da buttarmi in ginocchio e chiederti di sposarmi qui e ora, e che quella specie di astice bipede (immagino sia tua madre) che ti sta a fianco ci sia testimone. E porcoddio, c’hai pure ragione, a lamentarti – ché il riscaldamento funziona male, e con le porte aperte in showroom fa freddo. E lo so, sarebbe meglio chiuderle, ste porte – ma vallo a spiegare ai nostri clienti, la cui vista è  abbastanza acuta da individuare scalfitture nanometriche sul lato interno di un comodino, ma non abbastanza da decifrare quella scritta in corpo 92 – We are open today – che eravamo soliti appendere sulle porte nei giorni felici in cui le porte restavano accostate. Lo so, cara, tu hai freddo, io ho freddo, abbiamo tutti freddo, e non è bello.

Peró  ecco, resta il fatto che siamo a Londra,  è il 14 Gennaio e tu, bella bionda quasi-MILF, bella bionda che te ne vai a fare shopping in pantaloni della tuta e t-shirt, a Londra, il 14 Gennaio, insomma io fondamentalmente non ti odio, fondamentalmente potrei anche quasi amarti, fondamentalmente hai ragione, ma fondamentalmente se davvero ti stesse a cuore il mio benessere dovresti suicidarti qui e ora.

L’astice no. L’astice puo’ andare a costituirsi al ristorante italiano dietro l’angolo.

Perchè

Chiamatemi Calibano. Tre anni fa, stufo della vita italiana, decisi di partire per Londra e ricominciare da zero. Dopo varie vicissitudini, ora lavoro come viceresponsabile di un negozio di arredamento a Chelsea.  Per chi non lo sapesse, Chelsea è uno dei quartieri più ricchi e costosi di una delle città  più ricche e costose d’Europa. Il tipo di posto dove puoi tranquillamente pagare cinque euro per un caffè. Il tipo di posto dove se chiedi quanto costa, vuol dire che non te lo puoi permettere.

Il mio lavoro consiste in sostanza nel vendere roba oscenamente cara a gente che in casa propria usa le mazzette di banconote da cinquanta sterline come fermaporta. E nell’assicurarmi che i miei colleghi/sottoposti (risata) facciano altrettanto.

Non è il lavoro per cui ho studiato, nè il lavoro che conto di fare fino a quando, troppo vecchio per lavorare ancora,  saró costretto a gettarmi da un ponte per risparmiare sull’affitto (ché di pensione, mi sa, ne vedró poca). Ma ugualmente mi considero fortunato – mi ci pago birra e tequila, ho un contratto fisso e tutto sommato quel che faccio è anche interessante. Poteva andarmi molto peggio.

Ma questo non significa che spesso (in media quattro, cinque volte al giorno) non mi ritrovi a desiderare di essere andato a spalare torba in Siberia. In questo blog scriveró delle mie quotidiane battaglie con clienti usciti dal Nono Cerchio, colleghi allucinati e superiori sull’orlo di una crisi di nervi (ma dalla parte sbagliata dell’orlo). Ne scriveró in italiano, per lo più, ma ogni tanto potrebbe scapparci qualche frase in inglese più o meno idiomatico. Succede nelle migliori famiglie.

Tanto per chiarirci: amo lo humour britannico, ma amo anche rutti e scoregge. In questo blog si farà uso ampio e (s)ragionato di bestemmie, volgarità, battute a sfondo sessuale, riferimenti a dittature, genocidi e armi di distruzione di massa. Non mi aspetto che il mio senso dell’umorismo vada a genio a tutti. Se non vi va, siete liberi di andare a cercare soddisfazione (e scassare la minchia) altrove.

Ora possiamo cominciare.